Un triangolo ancora, racchiude la storia TEMPLARI,  SHAOLIN  e i così pronunciati “ASHISHIYYIN”

Un triangolo ancora, racchiude la storia TEMPLARI, SHAOLIN e i così pronunciati “ASHISHIYYIN”

17 Settembre 2013 Off Di tony

Una religione è un complesso di credenze, comportamenti, atteggiamenti culturali ed espressioni rituali mediante cui un gruppo umano esprime il suo rapporto con il divino. Una religione, pertanto, contiene insiemi di valori e significati che investono l’esistenza, la condizione umana, l’ordine cosmico e altri aspetti della vita. La devozione per un culto è quindi uno stato d’animo fortissimo e come tutti i moti dell’anima ha scatenato da sempre impeto, e continuerà a farlo. Tutta la storia rivela che la religione può essere vissuta come fede o come ideologia. Se praticata come fede, essa riguarda il rapporto soggettivo tra il fedele e il suo Essere supremo. Se professata come ideologia, essa trascende i confini spirituali assumendo caratteri e obiettivi politici e può diventare portatrice di conflittualità. E’ così che dal cuore delle fedi si sviluppa il germe del radicalismo: la violenza può cominciare con il recupero dei fondamenti di una fede minacciata e proseguire con la pretesa di afferrare la verità (cioè Dio) e di tracciare un confine netto tra il Bene (noi) e il Male (gli altri). La violenza compiuta in “nome di Dio” ha purtroppo una lunga storia, lunga forse quanto quella della storia dell’umanità stessa. Molti sono gli esempi. Ne tracceremo alcuni. Una delle “congregazioni” più antiche di guerrieri dello spirito fu la setta dei Sicari. Ala armata del movimento religioso-nazionalistico degli Zeloti (dal greco zelotes: zelante, fanatico), la setta si costituì nel I secolo d. C. in Giudea. Gli Zeloti, che svolsero un ruolo importante nella grande rivolta antir omana del 66-70, erano presenti anche al tempo di Cristo, e qualcuno ritiene che Barabba, Giuda Iscariota e Zeloti in un antico bassorilievo Simone detto Pietro (nel caso fosse correttamente attributo il soprannome di zelota), appartenessero alla setta o, per lo meno, avessero simpatia per loro. Dei Sicari parla lo storico Giuseppe Flavio ne La guerra giudaica: «In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassini in pieno giorno nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondevano sotto le vesti dei piccoli pugnali e con questo colpivano i loro avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e recitavano così bene da essere creduti e quindi non riconoscibili». Il nome di questa setta deriva proprio dalla spada corta, chiamata sica, arma che celavano sotto il mantello per colpire i loro avversari. Le motivazioni che spingevano all’uso della spada furono soprattutto religiose: la sottomissione solo a Dio e non a Cesare e, quindi, il ritorno alla purezza del culto ebraico dei padri, compromessa specialmente da quei sommi sacerdoti acquiescenti al potere romano; il rifiuto di sottostare a stranieri pagani e ignoranti della legge ebraica; la contrarietà nel pagare il tributo ai romani; l’opposizione di sottostare all’ordine del censimento, che per gli ebrei aveva un carattere sacro; infine l’odio verso i propri connazionali che collaboravano con i romani. Ai Sicari furono attribuiti l’assassinio del sommo sacerdote Gionata, la distruzione della casa di Anania (il Gran sacerdote del Tempio) e quella dei palazzi di Erode, nonché l’incendio degli archivi pubblici per far scomparire le ricevute degli usurai e impedire così il recupero dei crediti. I Sicari si sono guadagnati un posto nell’immaginario collettivo occidentale al punto che il loro stesso nome sarebbe entrato nel linguaggio corrente per indicare killer assoldati. Una forma di vita consacrata principalmente all’uso delle armi e, quindi, con una “missione” di tipo militare, fu benedetta per oltre due secoli anche dalla Chiesa di Roma. A partire dal 1120 e fino almeno al 1312 la difesa dell’ortodossia della Chiesa, della religione cristiana stessa e dei suoi luoghi più sacri (la Terra Santa) sono state affidate agli Ordini religioso-militari e a confraternite militari: Templari, Teutonici, Ospitalieri, Cavalieri di San Lazzaro, Cavalieri dell’Ordine di San Giacomo, Cavalieri del Tau e di San Tommaso, Canonici del Santo Sepolcro, Frati della militiae Christi, Fratelli della spada, Betlemitani, Crocigeri, Frati della cavalleria di Evora e molti altri. La presenza di “santi militari” (San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Sebastiano, Santa Barbara, San Maurizio, San Martino e così via) rafforzò il fanatismo devozionale di queste confraternite armate. In generale questi Ordini erano in larga parte formati da “fratelli laici autorizzati a combattere”, che emettevano i voti religiosi e che, quindi, potevano essere considerati teoricamente dei religiosi, pur non potendo amministrare i sacramenti. L’assistenza liturgica era così garantita dalla presenza di chierici, chiamati “fratelli cappellani”. Oltre ai fratelli laici e ai fratelli cappellani c’erano i “confratelli” e i “donati”: i primi facevano parte dell’Ordine pur non pronunciando i voti, i secondi erano quelli che godevano dell’assistenza e protezione materiale e spirituale dell’ordine. L’organizzazione interna degli Ordini era suddivisa in tre livelli: centrale, provinciale, locale. Il livello centrale era amministrato da un Gran Maestro (coadiuvato da due o più cavalieri esperti), la cui autorità, assieme alla modalità d’elezione, erano simili presso tutti gli ordini. Il livello provinciale, invece, era molto più diversificato, a seconda dell’ordine. Il livello locale è quello delle commende o dei membri che non erano case o conventi, bensì circoscrizioni che potevano comprendere una o più case. Il massimo organo legislativo era il Capitolo generale, del quale facevano parte tutti i cavalieri. Era l’organo collegiale supremo, quello che oggi intendiamo come l’assemblea dei soci di una società. Per gli Ordini che “operavano” in Terra Santa (perché c’erano Ordini che combattevano anche nella Penisola iberica o nel Nord Europa), vi era una suddivisione tra province d’oltremare (occidentali) e al di qua del mare (orientali), divise dall’isola di Creta. Oltre ai compiti riguardanti la difesa dell’ortodossia della Chiesa, della religione cristiana stessa e dei suoi luoghi più sacri (la Terra Santa), questi Ordini svolsero altre mansioni, tra cui quella di colonizzatori. Infatti, nelle zone di frontiera fondarono villaggi e fortificazioni al fine di attirare contadini cristiani e quindi stabilizzare la conquista. Dal punto di vista militare questi ordini portarono una serie di novità. La rigorosa disciplina, tipica degli Ordini religiosi (l’obbedienza completa sino ai gesti più quotidiani, la preghiera più volte a giorno, lo spirito di sacrificio, le punizioni che colpivano chi rompeva la regola del silenzio o ritardava l’esecuzione dell’ordine di un superiore) fu una eccezionale novità per quel periodo. Questi ordini incarnarono l’ideale della “cavalleria divina”, la militia Christi, contrapposta alla militia saeculi, alla quale i rigoristi della Chiesa non perdevano occasione di rimproverare il culto mondano della gloria personale e della violenza fine a se stessa. La nuova milizia, che aveva trovato nel monaco Bernardo di Chiaravalle il maggiore estimatore, faceva della guerra un mezzo di santificazione attraverso il sacrificio e il martirio. Non per nulla nei Templari (i più famosi monaci-guerrieri cristiani), all’iniziale mantello bianco di lana grezza si sovrappose nel 1147 – all’altezza del cuore – la croce patente rosso sangue, donata all’Ordine dal pontefice Eugenio III, simbolo appunto del sangue versato dai martiri. Secondo Bernardo di Chiaravalle, questi “miliziani di Cristo” erano uomini superiori poiché conducevano «un duplice combattimento, al contempo contro la carne e contro gli spiriti maligni»: il loro «corpo ricoperto da un’armatura di ferro e l’anima da un’armatura di fede» li rendeva immuni dalle paure umane, come la morte, «perché Cristo è la loro vita, Cristo è la ricompensa della loro morte». Questi Ordini divennero particolarmente ricchi, grazie soprattutto alle numerose donazioni. Anzi, alcuni, Templari e Ospedalieri, divennero anche banchieri. Dal XIV secolo iniziò però il loro declino. Nati come un’impresa collettiva della comunità del Cristo, sotto l’egida della Chiesa e di un papato con pretese universali, gli ordini religioso-militari cristiani dovranno cedere il passo allo stato moderno. In Oriente, l’equivalente buddista delle congregazioni militari cristiane europee furono i Sohei, che letteralmente significa “monaco soldato”. Chiamati più comunemente akuso (“monaco cattivo” in senso lato, cioè “in armi”), erano confraternite armate costituite nei monasteri buddisti a partire dal X secolo, quando i vari feudi iniziarono a costruire diversi templi. Le basi dottrinali che consentirono a questi monaci buddisti di prendere le armi sono riscontrabili nel Mahayana Mahaparinirvana Sutra (“Sutra mahayana del Grande passaggio al di là della sofferenza”) importantissimo testo buddista di origine sanscrita (un sutra è un elaborato filosofico incluso nel canone della scuola buddista di riferimento). Questa “trattazione”, probabilmente risalente al IV-V secolo, invita il credente a prendere la armi per difendere il Dharma buddista minacciato dalle distruzioni operate dagli Unni bianchi in Asia centrale. La prima armata di questi monaci guerrieri fu creata nel 970, a seguito di una disputa tra il monastero buddista Tendai, l’Enryaku-ji, situato sul Monte Hiei (che si erge sull’isola di Honshu) e il santuario di Yasaka a Kyoto (collocato sulla stessa isola). Con la costituzione di questo esercito monastico nacque anche il primo codice comportamentale che, tra le altre regole, stabiliva il divieto assoluto per i monaci di abbandonare le armi prima di dodici anni di esperienza militare. Spesso la causa dello scoppio di questi conflitti era la nomina di un “abate” che per il monastero rivale era considerato privo di qualità. Tuttavia ben presto si iniziò a combattere anche l’arroganza dei samurai e di qualche potente locale. Armati di lance dalla lama ricurva, archibugi, archi e spade, portavano i capelli lunghi ed erano esperti armaioli. Alcuni si organizzarono in vere e proprie sette, come gli ikko-ikki del XV secolo, famosi per la loro ferocia. Essi veneravano Amida, il Budda supremo, di cui credevano sarebbero diventati discepoli in paradiso. Non praticavano la meditazione, non perseguivano l’illuminazione e non rifiutavano il mondo materiale (bere e fare sesso). In compenso erano certi della beatitudine eterna dopo la morte con onore e per questo scendevano in battaglia senza paura. Anche i cosiddetti “Dob Dob” del Tibet (in lingua tibetana ldob ldob o, secondo alcune fonti, ldab ldob), sono monaci-guerrieri che, per più di cinque secoli, hanno “regnato” nella “famiglia” buddista. Nati intorno al XV secolo, questi monaci, che non avevano paura di sporcarsi le mani di sangue, sono stati indispensabili per la creazione dei monasteri tibetani che ora siamo abituati a immaginare come luoghi mistici abitati da uomini pii che passano la loro vita in meditazione. La formazione di questi monasteri costò secoli d`intrighi. Ai Dob Dob erano assegnati la maggior parte dei lavori manuali ed erano destinate a mantenere l’ordine pubblico durante le cerimonie più grandi; inoltre fungevano da scorta quando si dovevano attraversare zone infestate dai banditi. Combattivi, rozzi e violenti, erano tuttavia ben visti dalla popolazione, poiché accorrevano sempre in aiuto dei bisognosi. Sin dalla loro comparsa, la confraternita dei Dob-Dob si distinse dagli altri monaci per il modo di vestire, per la strana acconciatura (capelli lunghi tenuti con ciocche a forma di grandi corna) e per essere sempre armati (coltelli o spade). Ma la loro caratteristica peculiare era l’esercizio di una cultura rivolta ai piaceri e alla mancanza di regole, decisamente diversa da quella tipica e pacifista del buddismo. All’età di quarant’anni i Dob-Dob abbandonavano le armi e venivano reintegrati nei monasteri con funzioni amministrative e come addetti alla disciplina. Nel 1959 i monaci guerrieri usarono le armi per l’ultima volta: loro fecero per tentare di liberare il loro paese dai soldati cinesi che avevano invaso il Tibet. Non ci riuscirono e molto morirono in battaglia. I monaci Yamabushi e i temibili Shaolin sono altri guerrieri mistici che hanno attinto in parte dal buddismo la loro filosofia, che è assieme ascetica e marziale. L’originale dottrina dei monaci guerrieri Yamabushi, ossia “Colui che si trova tra le montagne” (in origine Yamahoshi, “uomini solitari”) si chiama Shugendo, una pratica ascetica che affonda le radici nella più antica spiritualità giapponese unendo principi autoctoni sciamanici e Shinto a elementi taoisti e tantrici propri delle sette Shingon e Tendai del buddismo esoterico. Le origini di questi monaci guerrieri possono essere fatte risalire agli Hijiri (antichi eremiti dell’VIII-IX secolo nel Giappone pre-buddista che vivevano tra le montagne, in solitudine o riuniti in gruppi, seguendo un percorso di ascesi mediante il quale conseguivano poteri eccezionali). Nei loro ritiri di montagna questi monaci si dedicavano a severi “allenamenti” ascetici sul corpo e sullo spirito, attraverso la meditazione e diverse arti marziali, tra cui il Ninjutsu, l’arte marziale dei ninja. Non dimentichiamo che l’idea di studiare e praticare le arti marziali come mezzo per migliorarsi mentalmente e spiritualmente, e non soltanto fisicamente, ha sempre avuto un posto centrale nella cultura giapponese. Gli Yamabushi erano abili nell’uso di un’ampia varietà di armi bianche, ma l’arma d’elezione era la Naginata, una lunga lama ricurva a un solo filo che si allarga verso l’estremità, montata su un’asta di lunghezza variabile. Gli Shaolin, invece, erano i più noti monaci guerrieri. Facevano parte di un ordine nato nel 540 d.C. con la costruzione del primo tempio Shaolin sul monte Songshan, nella provincia cinese di Henan. Trent’anni dopo la fondazione del monastero si unì al tempio un monaco di nome Bodhidharma, chiamato dai cinesi Ta Mo. Questi diede vita a una nuova forma di buddismo che prevedeva ore e ore di meditazione statica e il controllo dello spirito sul corpo, elementi che sono alla base dell’arte marziale dello Shaolin Kung Fu e che permettevano ai monaci un’esistenza in perfetta armonia fisica e spirituale. Tale dottrina divenne il fondamento di una nuova scuola della filosofia buddista, il Buddismo Zen. Nel corso dei secoli il monastero Shaolin venne utilizzato per il perfezionamento e la codificazione delle varie discipline marziali che già erano praticate in Cina, ma anche per mettere a punto una tecnica di autodifesa chiamata Shaolin Chuan e oggi nota come “Pugilato della piccola foresta”. Ancora oggi questa “lotta mistica” è praticata dai monaci Shaolin. Nella cultura islamica è esistita una congregazione religiosa che fece della violenza una pratica quotidiana: la setta degli Assassini, che era parte dell’ismailismo. Gli ismailiti sono la seconda tra le correnti in cui è diviso l’Islam sciita e il loro nome deriva dalla convinzione che il settimo imam fosse Ismail ibn Jafar, e non il fratello minore Musa al-Kaim la cui legittimità è invece sostenuta dagli altri sciiti. Con l’avvento in Egitto della dinastia dei Fatimidi, tra il X e il XII secolo, l’ismailismo divenne non solo la più importante tra le correnti sciite, ma giunse anche a mettere in discussione il primato dei sunniti. Gli ismailiti erano certi che il rispetto letterale della Legge coranica fosse meno importante di quello verso l’imam, la guida spirituale, e che il Libro sacro si potesse leggere anche in modo allegorico. Alcuni ismailiti erano così convinti della verità di questi precetti da uccidere (e morire) per imporla. Uno di questi si chiamava Hasan ibn Sabbah. Nel 1090 Hasan conquistò la fortezza persiana di Alamut, situata a un centinaio di chilometri da Teheran, in Iran. Da qui i vari Sheikh-el-Jebel, “vecchi della montagna” – come saranno chiamati i suoi successori – seminarono violenza in Iran e Siria per quasi centocinquanta anni. Il programma di Hasan si basava sul “teorema dell’insostituibilità”: eliminando fisicamente singoli governanti avrebbero inesorabilmente stravolto gli equilibri a vantaggio della setta. La strategia fu dunque quella dell’omicidio politico. La setta si faceva chiamare dei Nizariti (nel 1094 si erano schierati con Nizar, candidato califfo d’Egitto poi esautorato), ma per tutti divennero Hashishiyyin, “Assassini”, ossia consumatori di hashish. Nella gerarchia della setta, sotto il “Capo del Montagna”, c’era il “Propagandista superiore” dal quale dipendevano i Da’i o “Propagandisti comuni”. Questi erano i gradi superiori della setta e richiedevano la completa iniziazione alle dottrine, agli obiettivi e alla politica dell’ordine. Vi erano poi i gradi inferiori, con parziale iniziazione. All’ultimo gradino della scala gerarchica c’erano i Fida’i, i devoti fino al sacrificio, veri e propri ministri di morte. Da questi ultimi deriva il termine Fedayin, usato ancora oggi dai guerriglieri mediorientali. I Fida’i erano inviati a uccidere la vittima predestinata alla luce del sole, rischiando di essere uccisi a loro volta. L’arma doveva essere obbligatoriamente un pugnale, poiché la vittima doveva vedere in faccia il suo assassino. Tra le vittime illustri degli Assassini, ricordiamo: Corrado di Monferrato, candidato re crociato di Gerusalemme, e il califfo di Baghdad Al-Mustarshid. Gli Assassini tentarono per ben due volte, e quasi ci riuscirono, di uccidere anche il grande Saladino. I cristiani non furono oggetto di vendetta della setta per la loro religione, e i pochi cristiani assassinati lo furono unicamente per motivi politici. La parabola della setta cominciò a esaurirsi quando l’ultimo Vecchio della montagna, Khur-Sha si trovò a comandare una masnada di comuni delinquenti che ormai avevano abbandonato lo spirito originario trasformandosi in una delle tante bande dedite alla guerra contro tutti e tutto. Presso la religione induista è esistita una setta religiosa indiana temutissima per via della loro fama di spietati assassini. La setta era chiamata “dei Thugs”, o “degli strangolatori”, e il loro culto prevedeva l’adorazione e il fanatismo guerriero della dea Kalì, chiamata anche Bhavani. Gli strangolatori presero in affitto, a pochi chilometri da Mirzapur (India orientale), il locale tempio dedicando alla dea, che divenne il loro quartier generale. Per onore a Kalì, durante le loro spedizioni i Thugs seguivano un rigoroso rituale, che prevedeva l’astinenza per sette giorni da carne, zucchero e burro. Il giorno prima dovevano astenersi dal fare sesso, in compenso potevano consumare un pasto più sostanzioso. Poi facevano dei riti propiziatori in cui consacravano il loro piccone, simbolo della setta, con cui poi scavavano la fosse per le loro vittime. La tattica era molto elementare: si aggregavano alle carovane dei mercanti fingendo di essere commercianti o viandanti e di notte assalivano le ignare persone del gruppo, uccidendole con un grande fazzoletto di seta chiamato Ruhmal. Questo gesto racchiudeva un significato metafisico: le uccisioni senza spargimento di sangue avevano lo scopo di ingraziarsi la divinità ispiratrice e protettrice, guadagnando così i meriti per sfuggire all’inevitabile ciclo infinito della reincarnazione (credenza collegata alla storia di Kalì). Ciò valeva non solo per loro stessi, ma anche per le vittime. Subito dopo l’uccisione, sotterravano il cadavere e iniziavano un rituale, il Tuponee, in cui gli adepti della setta offrivano simbolicamente l’anima della vittima mangiando il goor, lo zucchero grezzo. L’affiliazione alla setta avveniva per nascita; anche i bambini risparmiati nelle loro esecuzioni erano iniziati al culto della dea Kalì, mentre i matrimoni all’interno del gruppo contribuivano a preservare la segretezza del culto. Della setta facevano parte anche dei musulmani, che sembra identificassero la dea con Fatima, figlia di Maometto. I Thug avevano una doppia vita, di giorno erano comuni artigiani, la notte dei mistici della morte. Sfuggivano ai crudeli fazzoletti dei Thug le donne, i bambini, le persone con difetti fisici e alcune particolari categorie di lavoratori (fabbri, tagliatori di pietra, carpentieri) in quanto praticavano mestieri sacri a Kalì. La setta divenne così spietata che i mercanti indiani chiesero l’intervento degli inglesi. Così, intorno al 1830 i Thug iniziarono ad essere severamente perseguitati. Grazie al lavoro di sir William Henry Sleeman (capitano dell’esercito britannico), nel 1840 il governo inglese dichiarò estinta la setta. Il nostro breve viaggio nel mondo dei guerrieri mistici si conclude qui. Come abbiamo studiato, in tutte le confessioni religiose sono esistite frange che sono diventate capaci di utilizzare la violenza. L’incitazione alla violenza, quindi, è un elemento caratteristico di una parte di ognuna delle tradizioni religiose, ma ciò non significa che tale religione sia intrinsecamente violenta. Nel nostro tempo, le varie “guerre sante” lanciate da Oriente a Occidente testimoniano l’uso errato che si fa della religione, anzi è uno scenario talmente complesso nel quale non c’è religione che non sia usata a pretesto per i propri interessi politici. Molti, purtroppo, ancora non capiscono che le differenze religiose devono passare dentro le chiese, come dentro le persone, ed essere esternate dimostrando la superiorità della propria confessione nel tollerare le altre. Non si può armare un Dio senza il suo consenso … e questo, ne sono convinto, non arriverà mai.